Un voto immeritato?!


Alcune settimane fa Sofia non ha terminato una prova di verifica di italiano. Cosa che le capita quotidianamente e le procura disagio (ma di questo vi parlerò prossimamente). Doveva scrivere un racconto. Aveva già lo schema delle sue idee da sviluppare, ma era riuscita a scrivere solo una paginetta. Il maestro le ha dato il compito da finire a casa.

Scrivere, ma ancora prima ideare, pensare e raccontare. Un lavoro complesso che non ama svolgere, quindi, per facilitarla, la parte della scrittura l’ho svolta io.

Lei dettava, o mi diceva le frasi per avere una conferma che potessero andare bene.

Io le ricordavo qual era il tempo con cui stava raccontando, visto che passava dal presente, all’imperfetto, al passato remoto. La incalzavo per non farla dilungare troppo. Le ricordavo che a volte ci sono parole che sostituiscono una frase intera. Ma le chiedevo anche come si scrivono alcune parole difficili, come “superficie”.

Risultato, 6 facciate di foglio di protocollo di un racconto in cui la sua fantasia e il suo stile sono emersi. Mancavano i suoi errori di ortografia.

Voto: 9

Se non l’avessi aiutata il racconto sarebbe rimasto nella sua testa. Non sarebbe riuscita a svilupparlo.

Domanda: è un voto immeritato?

Sarebbe stato più “giusto” lasciare la storia dentro di lei?

Mio marito leggendo il racconto mi ha chiesto chi avesse avuto tutte quelle idee. Gli ho spiegato che le idee erano tutte di Sofia mentre io l’avevo aiutata ricordandole i tempi dei verbi e semplificando alcuni passaggi in cui tendeva a perdersi.

L’idea di mio marito sarebbe quella di farle usare, anche in classe, un software (Dragon Dictate) che è in grado di scrivere sotto dettatura. La cosa potrebbe funzionare per una prima stesura che poi andrebbe comunque riletta e corretta e che quindi richiede la capacità di usare il computer, o meglio il software necessario, in modo autonomo.

Senza contare che dovrebbe fare da sola un lavoro che invece abbiamo fatto a quattro mani.

*

Questo articolo l’ho scritto alcuni giorni fa, ed era tra le mie bozze. Ora, alla luce del “colloquio” e dei malumori risvegliati, mi dico che il punto non è la tecnologia che può o meno aiutare mia figlia.

Il punto è: perché i bambini devono essere valutati per lavori individuali, quando poi nel mondo del lavoro, nella società si viene valutati per la capacità di lavorare in gruppo, di socializzare, dialogare, aiutare l’altro?

Invece, ogni giorno i bambini vengono sottoposti a verifiche e interrogazioni individuali. Valutati singolarmente, lasciati soli con le loro incertezze quando imparando a collaborare tirerebbero fuori (che non è poi il significato di educare?) il meglio delle loro qualità e, forse, imparerebbero ad apprezzare e rispettare le diversità.

*

Proprio prima di pubblicare l’articolo, capito sulla pagina facebook di

Storie di normale dislessia

e vi trovo il riferimento ad un articolo del corriere di alcuni giorni fa che parla dei paesi con i migliori modelli scolastici al mondo (tra cui l’immancabile Finlandia), tra le altre cose cita uno studio americano sull’impatto che hanno i Buoni Insegnanti sugli alunni, concludendo  proprio con il valore del gioco (in realtà parla di lavoro, ma gioco mi piace di più) di squadra.

Eccolo qui: La scuola è giusta? Paese al top

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