WILDWOOD i segreti del bosco proibito.


Rieccoci, le vacanze sono vacanze anche quando si resta in città. Il computer se ne sta stranamente spento per giorni, ma questa sera si é riacceso per lasciarmi scrivere un pezzo sul libro che stiamo leggendo. Dopo Tom Sawyer ed Huckleberry Finn, due romanzi del passato, l’attualissimo Wildwood.

Questa sera abbiamo terminato solo la prima parte, ma vorrei riportarvi un piccolo estratto che mi ha colpito. Curtis, un ragazzino di 12 anni si trova nella tana di un esercito di coyote soldato comandati da Alexandra, la Governatrice-Vedova. É stato catturato il giorno precedente, ma grazie alla simpatia suscitata nella Governatrice-Vedova che rivede in lui il figlio morto (be’ questo non lo sappiamo con certezza), viene nominato ufficiale e durante una battaglia contro i banditi scopre le sue doti di astuzia e coraggio. Insomma una bella iniezione di autostima.

L’esterno é il nome dato al mondo normale, quello da cui Curtis proviene, dagli abitanti del Bosco (un insieme di territori magici in cui convivono uomini, banditi, mistici e animali parlanti).

Questo giusto per introdurre la scena, se non avete ancora letto il libro potete trovare molte informazioni e recensioni in rete. Ed ecco le riflessioni di Curtis che mi hanno colpita:

Curtis era sopraffatto da un senso di calda intimità, la sensazione di essere avvolto in quella tana labirintica come in un bozzolo, e si domandò se quello fosse un posto in cui poter restare. L’ansia dolorosa con cui affrontava ogni giorno di scuola, la solitudine silenziosa durante la ricreazione e l’autorità schiacciante dei suoi insegnanti, degli allenatori delusi e dei genitori nervosi: tutto sembrava affievolirsi come il canto dei coyote soldato dietro di lui. Non era mai stato accolto così da un gruppo di persone in vita sua: si era sempre trovato all’esterno, alla ricerca disperata dell’approvazione dei suoi simili. Il rapporto suggerito da Alexandra (poteva essere una nuova madre per lui! A quanti bambini era concessa quell’opportunità?) era emozionante, e l’idea del loro dominio su quello strano, nuovo mondo gli faceva girare la testa.

Quanto sia positiva la figura di Alexandra, lo scopriremo nella seconda parte del romanzo, ma qualche serio dubbio l’abbiamo già ora.

Ripenso a Tom Sawyer, che non aveva certo insegnanti accoglienti o genitori comprensivi, anche perché orfano, ma aveva una grande autostima. Lui viveva di avventure e fantasia e se la sapeva sempre cavare. Mi viene in mente l’episodio dello steccato: riuscì a farsi pagare dai suoi amici che lo verniciarono al posto suo, un genio!

Curtis l’autostima la conquista nel mondo magico del Bosco Selvaggio, che per lui è reale, rischiando però di seguire cattive compagnie pur di sfuggire alla sua opprimente quotidianità.

Sono passati poco più di centotrenta anni tra questi due romanzi, cos’è cambiato in questo periodo?

Forse le priorità di Tom erano altre e le botte prese a scuola e a casa non lo scalfivano minimamente?

Forse per Curtis la mancanza di fantasie e giochi in cui vivere da eroi lo lascia in balia della triste realtà?

Se nei romanzi del ventunesimo secolo è necessario creare un mondo fantasy per far vivere ai ragazzi avventure fantastiche dove possano essere eroi, nella realtà cosa li può far sentire vincitori?

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