Scuola e sport a confronto.


Un tema che ricorre spesso parlando di bambini con disturbi di apprendimento è quello della giustizia. Si sente spesso dire: “Non è giusto trattare i bambini in maniera diversa. Non posso lasciarle usare la tavola pitagoriga, sarebbe ingiusto verso gli altri.”

Non voglio parlare di concetti filosofici … non ne so nulla. Voglio solo riflettere su quest’obiezione che sento fare spesso da maestri e professori di scuola: “Non è giusto verso i compagni!”

Perché questa obiezione non viene mai fatta dagli allenatori o istruttori sportivi?

Perché nello sport è normale fare esercizi differenziati in funzione delle caratteristiche individuali senza che nessuno ne resti scandalizzato?

Ogni buon allenatore conosce i punti di forza e di debolezza dei suoi atleti. Ogni buon allenatore conosce (o ricerca) il modo di allenare ogni singolo atleta perché raggiunga il meglio delle sue potenzialità. A volte può sbagliare esercizio, ma quando capisce che non ottiene i risultati attesi cerca un’alternativa. Ciò non significa inventare esercizi nuovi ogni giorno, ma scegliere, tra una gamma di esercizi catalogati per allenare una certa abilità, quello più adatto ad ogni atleta.

Perché un insegnante di scuola non fa lo stesso? Alcuni addirittura vietano agli alunni di adottare metodi che non siano quelli insegnati da loro.
A scuola è necessario un certificato medico per chiedere che i bambini siano messi nelle condizioni di dare il meglio di sé.

Sono tornata su questo pensiero, che mi frulla in testa da mesi, dopo aver ascoltato la conclusione dei video sulla motivazione di Lavoie dove fa l’esempio di suo nipote con disturbi di apprendimento, svogliatao a scuola e estremamente motivato dalle lezioni di volo. Lavoie chiede ”cosa fa il suo istruttore di volo che non viene fatto in classe?”, in questo caso l’obiettivo suo è capire i meccanismi che motivano i ragazzi. Io invece vorrei spostarmi sul modo di imparare, capire perché nello sport gli allenatori adeguano gli esercizi alle caratteristiche dell’atleta e nella scuola no?

Forse il problema sta nei livelli che sto confrontando, probabilmente un buon allenatore e un buon insegnante sono entrambi in grado di adottare diversi metodi senza nascondersi dietro la scusa del “Non è giusto”.

Ma mi piacerebbe avere il parere di qualche insegnante e magari di qualche allenatore.

Vorrei confrontare altri punti tra scuola e sport:

  1. il passaggio di livello
  2. l’acquisizione di un automatismo
  3. i gruppi omogenei
  4. la competizione

Voi che ne pensate?

P.S. aggiornamento delle 11:40
articoli interessanti sui fattori dell’apprendimento:
http://www.laproffa.blogspot.it/2012/05/love-of-learning-i-fattori.html
http://zenhabits.net/learn/
e un mio vecchio articolo, sulle mie prime riflessione basate sulle mie esperienze lavorative:
https://ilmondodisofia.wordpress.com/2011/07/28/so-what

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7 thoughts on “Scuola e sport a confronto.

  1. A proposito di “è giusto, non è giusto” Rick Lavoie dice anche che la vera giustizia non è trattare tutti nello stesso modo, ma trattare ciascuno in modo diverso”. E’ ovvio, tutti siamo diversi.
    Hai ragione! nello sport questo è più evidente.
    Io sono un’insegnante di yoga ( che però non è uno sport ), e in questa disciplina forse è ancora più evidente che l’approccio con gli allievi deve essere diversificato. Non potrei mai proporre una piena torsione della colonna a chi ha gravi problemi alla schiena, ma devo essere in grado di proporre qualcosa di alternativo che gli consenta di godere degli stessi benefici. Fa parte del mio lavoro. E per questo ci deve essere voglia di approfondire, di sapere, di conoscere e di aggiornarsi. Io penso che gli insegnanti siano consapevoli di tutto questo ma molti peccano di pigrizia. Lo affermo ovviamente senza generalizzare e sulla base di ciò che vedo.

    • Grazie Catia. Ricordo quando ho visto la prima volta il seminario di Lavoie, la sua spiegazione di ciò che è giusto mi ha aperto un’altra prospettiva.
      Qui ho portato il paragone sullo sport, perché mi capita spesso di mettere in confronto l’insegnamento scolastico con quello sportivo e, nello sport, ho appunto notato la mancanza dell’uso del “non sarebbe giusto verso gli altri”, probabilmente nello sport si è più focalizzati sull’obbiettivo. Mentre nella scuola si dà valore al percorso fatto per raggiungere l’obbiettivo.
      Tutti devono fare lo stesso compito: scrivere N volte il numero 1 in cifre, in lettere maiuscolam in lettere minuscole … e si perde di vista l’obiettivo: perché devono scrivere una pagina di 1, UNO, uno? A cosa serve? Serve a quello che voglio che imparino? Serve a tutti, o per alcuni è una fatica inutile? C’è un modo più efficace (e magari anche più efficiente) di raggiungere lo stesso risultato?

  2. Una delle ragioni per cui, quando posso, cerco di seguire i blog che parlano di DSA è che sono alla ricerca di dialoghi. Dialoghi tra scuola e famiglia, che aiutino gli alunni a fare un percorso di apprendimento sereno e produttivo. Ascoltare più famiglie, ritengo mi sia utile a capire meglio cosa faccio (io, insegnante) bene e su cosa devo eventualmente lavorare affinché il mio insegnamento diventi apprendimento per i miei studenti.
    Ma spesso noto che le famiglie si aspettano dalla scuola, qualcosa che la scuola non è messa in grado di dare.
    Se mando mio figlio a fare calcio e l’allenatore lo trova negato, lascio perdere il calcio, e provo e riprovo con altri sport, finché non trovo quello che fa per lui e alla fine dico: vabbé a calcio è una frana, però col ping pong è un drago. Se però mio figlio è negato in matematica (o in italiano o in inglese o in educazione fisica) non penso: vabbé, va in scienze raggiunge solo il minimo sindacale, ma poi in arte è un drago, quindi mi va bene così.
    A scuola, i migliori sono (agli occhi di tutti) quelli che sono bravi in tutto. Perché? Perché non possiamo/riusciamo ad accettare che ci siano dei limiti? Un conto è “non volere” arrivare al risultato massimo, altro conto è “non riuscire” (per le ragioni più diverse). Io sono brava in cucina, ma non so cucire (né fare una serie di altre cose). E allora? Chi dice che questa mio essere negata per il cucito fa di me una persona meno valida?
    Guardiamo poi l’istruttore di volo: quanti allievi ha? Uno. Solo quello. Ci manca anche che non conosca ogni centimetro quadrato di quell’allievo! Ci manca solo che non sappia adattare i metodi di insegnamento alle modalità di apprendimento di quell’unico allievo!
    Io lo devo fare per una media di 26 alunni per classe in 6 classi. Io ne devo far “volare” oltre 150 di allievi, quest’anno, da sola. Lo faccio come posso, nelle condizioni in cui mi mettono a lavorare. Faccio il mio 100% e cerco di farlo sempre meglio, ma ogni tanto vorrei che si cercasse di capire anche noi. Non entro nel merito delle risposte sulla tavola pitagorica o della calcolatrice: gli strumenti compensativi e dispensativi sono un diritto dell’allievo e un dovere dell’insegnante metterli a disposizione.
    Le famiglie degli alunni con disturbo specifico di apprendimento fanno un percorso un po’ più in salita, ma spesso dimenticano che il dialogo è la vera forza e che per dialogo si intende anche l’ascolto del punto di vista dell’altro.
    Un abbraccio
    Monica

    • Che bello avere il parere di un’insegnante.Benvenuta!
      Mi fa piacere che tu abbia deciso di commentare questo articolo. Capisco che il lavoro di insegnante sia difficile e che le risorse e le condizioni non siano ottimali. Non sono un’insegnante, ma in passato ho fatto formazione (nel mio settore lavorativo) per un paio di anni, so che è un lavoro faticoso e difficile. Io tenevo corsi di 8 ore al giorno per 5 giorni alla settimana, ma non facevo solo questo, quindi alternavo la formazione ad altre attività, il periodo dei corsi era il più pesante, mi preparavo di notte anche per corsi già tenuti in passato … perché non si finisce mai di imparare. Dal mio lavoro, passato e presente, ho imparata senza dubbio che insegnando si impara tantissimo. Ho imparato che conoscere un argomento non significa necessariamente saperlo insegnare.
      Con questo articolo volevo solo toccare in modo diverso il tema della giustizia, solo quello. Vorrei affrontare un punto alla volta.
      Io personalmente ritengo sia giusto usare i tutti mezzi a disposizione che mettano in grado l’alunno (DSA e non) di imparare al meglio, sottolineo: al meglio delle sue potenzialità. Che non siamo tutti geni né tutti campioni credo sia indiscutibile 🙂
      L’obiettivo dovrebbe essere appunto mettere nelle condizioni di imparare.
      Tutto ciò che facilita l’apprendimento è giusto.
      Tutto ciò che l’ostacola è sbagliato.

      • Ciao Elena,
        grazie per l’accoglienza.
        Il tema della giustizia mi è molto caro. “Non è giusto verso i compagni”, nel caso di alunni con DSA è una sciocchezza che esce fuori solo da situazioni non chiare.
        Spesso uso e faccio usare gli strumento compensativi e dispensativi che abbiamo (io insegnante e i miei studenti) sia durante i test sia durante la lezione. A volte li faccio usare a (o li uso io per) tutta la classe, a volte li faccio usare solo agli alunni con DSA. Nessuno mai ha fatto obiezioni di sorta, perché le situazioni e le esigenze dei singoli venivano (nei limiti del rispetto della privacy di tutti) spiegate. Ho notato che quando un problema (non considero il disturbo specifico di apprendimento un “problema”, uso il termine solo per semplicità) viene compreso, le strategie per risolverlo vengono condivise e nessuno più si sente diverso o “meno uguale”.
        So che ci sono insegnanti che non vedono la cosa nello stesso modo, per i quali provare nuove strategie è un problema, ma nella realtà in cui vivo io sono pochi.
        Spesso, paradossalmente, le resistenze più forti le trovo nelle famiglie. I genitori di alunni con DSA hanno paura. A volte le loro paure sono così amplificate che non permettono loro di porsi in un atteggiamento di ascolto, di dialogo, né con la scuola né con i loro stessi figli.
        Cominciare a non avere paura può essere di aiuto. Non avere paura di mostrare il problema agli altri, affinché gli altri comprendano e si mettano in condizione di aiutare. Non aver paura di essere in qualche modo discriminati, una volta presentato il problema. Non aver paura di accettare qualcosa che nel complesso non limita più di tanto né la vita scolastica, né la vita in genere. Non aver paura, punto.
        Gli studenti con DSA (tanti) che ho avuto in questi anni di insegnamento sono stati nutriti a paure e il lavoro più difficile per me, ogni volta, non è insegnare loro a volare, ma è insegnare loro a non avere paura di farlo. Una volta superata questa paura volano. Eccome se volano. E spesso sanno volare più in alto di chi il DSA non sa neppure cosa sia.
        Continuerò a seguire i post del blog. “Parlare” con mamme come te, mi aiuta a riflettere sul mio lavoro e quelle che sono le aspettative dei genitori.
        Un abbraccio,
        Monica

      • Grazie Monica, da quello che scrivi capisco che tieni al tuo lavoro e hai a cuore i tuoi studenti.
        Ho iniziato questo blog per sfogare la rabbia e riordinare le idee. Ora voglio capire quello che può aiutare mia figlia, che credimi dalla diagnosi ha iniziato a fare piccoli voli:), prenderne spunto e scriverne, magari può essere d’aiuto ad altri, e lasciar sbollire le arrabbiature e le delusioni altrove … o almeno provarci.

        Tu da insegnante vedi gli errori dei genitori e io da genitore quelli degli insegnanti … per questo è sicuramente utile il confronto, per questo scrivo questo blog, per questo ne leggo altri, per questo credo che il confronto con altri mondi (in questo caso lo sport, in precedenza ho confrontato l’insegnamento con esperienze lavorative) aiuti 🙂

  3. Bravissima Elena!
    Le mamme (e i papà) attenti, insieme agli insegnanti appassionati al loro lavoro sono una enorme risorsa per il percorso di apprendimento, ma soprattutto di vita, dei figli/studenti.
    Grazie per aver capito che gli errori (di chiunque) si superano solo attraverso il dialogo.
    Monica

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