Confusione!


Confesso, uno degli obiettivi di questo blog era di far chiarezza nelle mie idee.

Scrivere mi serve a fare ordine, scrivere per altri (che mi vorranno leggere) richiede un ulteriore lavoro di preparazione e riordino.

Ma ancora non riesco ad avere questa chiarezza su cosa siano i DSA.

Quindi scrivo e riordino, vediamo cosa riesco a capire (obiettivo mooolto ambizioso).

Immaginavo di poter trovare e capire delle definizioni precise, ma più leggo, più non capisco. Sono ignorante.

I DSA sono la causa o il sintomo?

Io mi sono fatta l’idea che siano il sintomo, o meglio che le difficoltà manifeste (lettura, scrittura, calcolo, coordinazione) lo siano e che lo stesso sintomo possa essere causato da disfunzioni diverse.

Ma allora quando la dislessia si chiama dislessia e non disturbo aspecifico o difficoltà o altro?

Il disturbo aspecifico è causato da problemi cognitivi e/o altre patologie.Quindi la difficoltà di lettura (scrittura o calcolo) dovuto ad altre patologie o a ritardo cognitivo NON si chiama dislessia.

Allora  la dislessia non è il “sintomo” la dislessia è … dislessia, è un modo diverso di funzionare del cervello, non una patologia, e questa diversità non è per tutti la stessa. Ci sono diverse funzioni che entrano in gioco nei processi di lettura (scrittura o calcolo), quindi non tutti i dislessici hanno la stessa disfunzione di base.Disturbo specifico di lettura non significa che ci sia una funzione specifica compromessa, diverse disfunzioni possono causare lo stesso disturbo. Questo spiegherebbe perché, appunto, ogni bambino con DSA sia un “caso” a sé, anche quando ha certificato lo stesso disturbo di molti altri bambini.

Questo mi fa riflettere sull’avversione di chi non vuole usare le etichette “Dislessico”, “Disgrafico”, “Disortografico” , “Discalculico”, “Disprassico”.

Mel Levine nei suoi libri (“A modo loro” – “I bambini non sono pigri”) non parla di DISqualcosa, ma dei diversi modi di apprendere. Parla dei profili dei ragazzi incontrati nella sua carriera, che sono in genere un mix di diversi disturbi, o meglio di caratteristiche (disfunzioni motorie, della memoria, del controllo dell’energia, dell’autocontrollo , della produzione linguistica, della produzione di idee, confusione) che causano difficoltà di apprendimento e/o sociali. Bisognerebbe quindi conoscere l’esatta disfunzione che causa le difficoltà di lettura, scrittura, calcolo, coordinazione, comportamento per poter intervenire in modo mirato.

In effetti le etichette DSA hanno il difetto di dare un nome alla difficoltà, non alla causa. Inoltre hanno un’accezione negativa “disturbo” e si limitano al campo scolastico “apprendimento”, in realtà il campo dell’apprendimento è quello in cui si evidenziano queste diversità, ma di fatto le funzioni del cervello coinvolte influenzano anche gli aspetti della vita extra-scolastica. (v. Rick Lavoie – It’s so much work to be your friend”)

Sono ignorante, ignoro gran parte degli studi e della letteratura … quindi smetto di ragionare su cosa non so e che capisco poco.

Osservo mia figlia e penso che non sia discalculica in senso stretto, la sua discalculia deriva dai meccanismi di memorizzazione, di automatizzazione, ma lei capisce le quantità, ha il senso del calcolo. Se le tolgo l’onere dello scrivere e del ricordare, i calcoli li fa. Ma cos’è la discalculia è ancora meno chiaro di cosa sia la dislessia. Nel suo caso credo che gli stessi processi che le causano la fatica di scrivere, di ricordare le lettere, di capire quello che legge (quando capisce al volo, anzi in anticipo quelle che le viene letto) siano responsabili della sua fatica e lentezza in matematica. Se questo significa essere discalculici, allora è discalculica.

Lo stesso vale per la sua disortografia, se le chiedo di dirmi come si scrive una parola, me lo dice velocemente e correttamente; se le chiedo di scriverla … dipende, la singola parola probabilmente la scriverà in modo corretto; se le faccio fare un dettato di qualche minuto, la fatica, l’affollamento di cose che deve fare a cui deve pensare, perché non le ha automatizzate, fa sì che la probabilità di errore aumenti in modo più che proporzionale alla lunghezza del compito.

Durante la lettura, lei che non risulta dislessica ma cattiva lettrice, se legge alla velocità “normale” per la sua età, concentrando quindi tutti le sue energie sulla decifrazione veloce del testo, commette più errori, ma soprattutto capisce poco o niente di quello che legge.

In conclusione, sono confusa quanto o più di prima, ma una cosa ho capito: che le etichette odiate da alcuni, probabilmente quelli che capisco maggiormente questi disturbi, sono necessarie per gli altri, per far sì che i nostri figli abbiano ciò che tutti i bambini dovrebbero avere: il diritto allo studio. Non semplicemente il diritto di frequentare una scuola, ma il diritto di imparare con gli strumenti adeguati al loro modo di essere. A questo scopo, le etichette nemmeno bastano, ci è voluta una legge la 170/2010; ma ancora non basta, la legge serve per iniziare a far capire a chi si occupa di insegnamento, spesso senza conoscere i processi di apprendimento (normali o no), che si deve preparare, deve imparare una didattica diversa, deve imparare che “giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma ad ognuno ciò di cui ha bisogno”.

Ammirro quell’insegnante che dice che la legge non basta e ci vuole un cambiamento culturale nelle nostre scuole.

Mi rattrista chi dice che per fortuna mia figlia ha la certificazione così gli insegnanti possono aiutarla. Ma chi la certificazione non ce l’ha o chi non ha DSA ma ha comunque difficoltà scolastiche, non ha anche lui diritto ad essere aiutato? ad avere ciò di cui ha bisogno per imparare?

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